Documento do Ufficio Catechistico Nazionale, em Itália, sobre a Inicação Cristã às pessoas com deficiência

 

UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE

L’INIZIAZIONE CRISTIANA ALLE PERSONE DISABILI

INDICE

 

Presentazione

 

PRIMA PARTE

 

LA PROMOZIONE DELLA PRESENZA DEI DISABILI NELLA COMUNITÀ CRISTIANA. CONSIDERAZIONI E PROSPETTIVE

 

Capitolo 1

La persona disabile: testimone privilegiato di umanità

 

Capitolo 2

La persona disabile: soggetto destinatario e protagonista di evangelizzazione

  1. Avere una premura speciale
  2. Promuovere una cultura dell’integrazione
  3. Sostenere nel cammino della santità
  4. d)  Dare per mettere in condizione di dare

 

Capitolo 3

I disabili e l’iniziazione cristiana

  1. a) La partecipazione liturgica: diritto-dovere di ogni battezzato
  2. b) La disabilità mentale e la comunione eucaristica
  3. c) Integralità dell’educazione e diritto allo spirituale
  4. d) Un richiamo profetico da rilanciare

 

SECONDA PARTE

ORIENTAMENTI E PROPOSTE

 

Capitolo 1

La disabilità interpella la Chiesa

  1. Conoscenza e accoglienza
  2. Integrazione e personalizzazione
  3. Promozione integrale e evangelizzazione

 

Capitolo 2

Il disabile protagonista di evangelizzazione

  1. Una comunità a servizio della fede
  2. Criteri per la catechesi

3 Le principali scelte per la proposta di fede

  1. Evangelizzare è compito di tutti

 

Capitolo 3

I disabili e l’Iniziazione Cristiana

  1. La celebrazione dei sacramenti con le persone disabili
  2. I sacramenti ai disabili psichici gravi

 

Bibliografia

Siti

 

 

PRESENTAZIONE

Giovanni Paolo II – nel messaggio inviato in occasione del giubileo della comunità con le persone disabili – prospetta a tutta la Chiesa una nuova “esigenza missionaria”, oggi ritenuta improrogabile: è ormai maturo il tempo in cui tutte le nostre comunità parrocchiali assumano il coraggio di vincere la paura delle varie diversità, accogliendo nel proprio grembo di “madre” che nutre con la fede tutti i suoi figli, ogni persona con difficoltà esistenziale, e tra queste in modo privilegiato i fratelli disabili.

In continuità con le precedenti indicazioni offerte dalla Conferenza Episcopale Italiana circa le persone disabili, l’Ufficio Catechistico Nazionale, con il suo Settore della catechesi dei disabili, ha promosso nelle diocesi varie iniziative di formazione catechistica e pastorale per l’animazione della comunità cristiana anche nei confronti di questi nostri fratelli e sorelle, secondo l’insegnamento dei Vescovi che ricordano come “il cristiano apprezza e ama la propria vita e quella degli altri, anche quando è sfigurata dalla sofferenza e appare assurda. Anzi, nella povertà e nella debolezza, riconosce una speciale presenza di Cristo e una possibilità preziosa di crescita e di fecondità spirituale” (CEI, “La verità vi farà liberi”, 1024).

Da tempo la cura pastorale delle persone disabili era quasi naturalmente affidata ad operatori specializzati, che spesso esprimevano uno specifico carisma nella Chiesa. La coscienza della Chiesa matura oggi il convincimento che tale  compito pastorale non può essere delegato solo ad alcuni. La comunità nel suo insieme dà voce a chi non ce l’ha, sa ascoltare chi non sente, solleva chi è caduto, sostiene chi è debole.

E’ giunto il tempo per la comunità parrocchiale di riflettere sul significato ecclesiale della “presenza” delle persone disabili per accoglierle nel suo seno, per dar vita ad una sua “naturale” completezza: non si tratta solo di riconoscimento dei loro diritti di credenti; è soprattutto un bene per ogni credente, in cui far nascere il desiderio di instaurare relazioni di continuità e significatività, che fa superare il solo momento liturgico o catechistico o sacramentale, fino a farsi carico della persona disabile nella globalità dei suoi bisogni umani e religiosi. “Ogni battezzato, per il solo fatto stesso del battesimo, possiede il diritto di ricevere dalla chiesa un insegnamento ed una formazione che gli permettono di raggiungere una vera vita cristiana” (CT 14). L’integrazione nella comunità dei fratelli disabili rende veramente “integra la comunione ecclesiale”. La comunità cristiana si fa profezia nel mondo della presenza di Cristo che porta la salvezza a tutti e stimola la comunità civile per interventi legislativi più pertinenti e garanti dei diritti di tutti.

In tale prospettiva sarà proprio la fede a favorire una crescita in umanità, perché – come dice Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio: “L’uomo è la principale via a Cristo”. Estendendo questa attenzione ad ogni persona disabile, ci si deve far carico sempre di più della promozione umana e cristiana delle persone in situazione di difficoltà esistenziali.

 

Nell’anno internazionale dell’handicappato (1981), con un importante documento inviato alle Nazioni Unite, la Santa Sede affermava con coraggio: “è giunto il momento di ridefinire la libertà di un popolo, la sua adeguatezza nel rispetto dei diritti, proprio a partire dalla capacità di accogliere persone in difficoltà”.

In continuità con la cura materna espressa dalla Chiesa e mentre si riflette sul necessario “ripensamento” della pastorale della Iniziazione Cristiana, si vuole nuovamente sottolineare che i disabili sono nel cuore e al centro della Chiesa. L’attenzione si rivolge verso coloro che si trovano a vivere in situazioni di handicap, da considerare membri a pieno titolo della Chiesa, cioè soggetti non passivi all’interno della comunità cristiana, ma testimoni di fede ed annunciatori essi stessi del messaggio evangelico.

E’ un invito a non lasciare sole le persone disabili, ad essere loro vicine e a creare un clima nel quale tutti senza eccezione possano sentirsi a casa loro: in chiesa, nelle feste della comunità, nella preparazione e nella celebrazione dei sacramenti, in specie dell’Iniziazione Cristiana. Il “giorno del Signore” potrà così manifestare la variegata ricchezza e la presenza “in festa” di tutti i credenti in Cristo.

 

 

L’Ufficio Catechistico Nazionale

 

Parte Prima

 

PROMOZIONE DELLA PRESENZA DEI DISABILI

NELLA COMUNITÀ ECCLESIALE

CONSIDERAZIONI E PROSPETTIVE

 

A cura di S.E. Mons. Francesco Lambiasi

Vescovo Emerito di Anagni-Alatri

Presidente della Commissione Episcopale

per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

 

La proclamazione, da parte della Comunità Europea, del 2003 come anno per le persone disabili – con l’obiettivo primario di “sensibilizzare relativamente al diritto dei disabili di essere tutelati dalla discriminazione e di godere di pieni e pari diritti” –  ci offre l’occasione per chiederci come e in quale misura è sentito questo problema dalla Chiesa in Italia e che cosa si sta facendo e si dovrebbe e potrebbe fare ancora per la loro piena e paritaria integrazione nella comunità ecclesiale, a partire dalla iniziazione cristiana.

Ma prima di parlare dei disabili, ci poniamo la questione del linguaggio: come parlarne? La terminologia è varia. Il Papa si adegua all’uso corrente; una ventina di anni fa ne parlava come di handicappati, poi di portatori di handicap; nella giornata giubilare del 3 dicembre 2000 si è rivolto agli oltre dodicimila presenti in piazza S. Pietro, chiamandoli persone disabili o portatori di una abilità differente. Non è questione di eufemismi più o meno eleganti, ma di rispetto e discrezione. La Terminology of special education dell’UNESCO ha adottato prima il termine inglese handicaped e poi disabled, che in una loro eccessiva genericità, afferiscono al mondo della produzione e dell’attività. Ecco come ne parlavano i santi, ad esempio don Guanella (+1915).

 

Spesso usciva con sei, sette dei suoi ragazzi handicappati mentali che chiamava “buoni figli”. Un giorno si recarono a Lurate. Intorno a lui e ai suoi ragazzi si formò prima un gruppetto, poi via via una piccola processione. Arrivati presso la chiesa, salutato il parroco, vi entrarono tutti per dire una preghiera, cui seguì questo discorsetto di don Guanella: “Miei buoni amici di Lurate, ho portato qui tra voi i miei “buoni figli”. Siamo venuti qui perché questi hanno bisogno di prendere un po’ d’aria, di svagarsi, di vedere questo mondo, ma soprattutto di sentirsi amati e se lo meritano, non tanto perché sono simpatici, ma perché sono buoni, innocenti, perché hanno una ricchezza che molti intelligenti non hanno: la grazia di Dio è sempre con loro e Dio li ama senza misura. Quando si sentono amati e quando lo sono davvero, diventano anche più buoni, pregano il buon Dio alla loro maniera e lo amano come altri non sanno.

 

Ma chi e quanti sono i disabili?

L’ottica entro cui si muove la riflessione pastorale-catechetica fa riferimento a tipologie di handicap che possono ritrovarsi nelle seguenti aree, e per le quali si deve ipotizzare una proposta di fede differenziata e specifica: fisica, psichica, sensoriale. L’art. 3 della legge quadro n. 104 del 5 febbraio 1992 del Parlamento italiano definisce la persona handicappata come “colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.

Data l’ampiezza e la varietà dello spettro delle “menomazioni” e la pluridimensionalità dei fenomeni (es. le disabilità multiple), è difficile precisarne il numero. Secondo dati molto approssimativi, nel mondo i disabili sarebbero il 10/12% circa della popolazione mondiale; secondo l’ISTAT (dati aggiornati al 16 febbraio scorso) in Italia il numero complessivo si aggira attorno ai 2milioni e 800mila, pari al 5% della popolazione di 6 anni e più; nella scuola sono 140.478 gli alunni con disabilità; nell’anno scolastico 2002/03 i docenti impegnati in attività di sostegno sono 70.741, con un rapporto alunni/insegnanti pari a 1,9; circa 1 persona con disabilità partecipa alla vita religiosa recandosi in un luogo di culto almeno una volta a settimana, mentre ciò accade per 1 non disabile su 3.

È comunque opportuno chiarire che si tratta di stime, che presumibilmente distorcono verso il basso il reale numero di disabili in Italia; mentre calcolare il numero dei bambini disabili con età inferiore ai 6 anni richiede fonti informative non disponibili attualmente.

 

  1. La persona disabile: testimone privilegiato di umanità

 

Una volta era venuto a trovarmi un uomo triste, una persona molto normale. Seduto nel mio ufficio, mi raccontava le sue delusioni e le sue difficoltà familiari, professionali, finanziarie… Qualcuno bussa alla porta; prima che io abbia il tempo di rispondere, entra Jean- Claude. Alcuni dicono che Jean-Claude è mongoloide, altri che è affetto da sindrome di Down; per noi è Jean-Claude. È un uomo sereno, felice, sorridente (anche se il lavoro non gli piace molto). Mi prende la mano e mi dice buongiorno. Poi prende la mano del “signor Normale”, gli dice buongiorno e se ne va, ridendo. Il “signor Normale” si volta verso di me e dice: “Com’è triste che ci siano delle persone così!”. In realtà l’unica cosa triste era che il “signor Normale” fosse accecato dai suoi pregiudizi e dalla sua tristezza. Sembrava incapace di vedere la bellezza, il riso e la gioia di Jean-Claude. C’era una sorta di barriera psicologica fra loro. (J. Vanier)

 

Viviamo in una società violenta e competitiva, dove spesso ha ragione chi vince e vince spesso il più forte. Nelle città di acciaio, di vetro e di solitudine, i disabili – come tutti i malati e i poveri – non possono essere trattati come  “pietre scartate dai costruttori”, ma con Cristo sono chiamati a diventare le “testate d’angolo” della civiltà dell’amore.

In Italia vige una buona legge contro l’esclusione e a favore dell’“assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, ma – a parte i non pochi casi in cui le norme di tutela vengono disattese o mal gestite – come cittadini e come credenti non possiamo dimenticare che è tuttora in vigore una legge che autorizza l’aborto, qualora sia stato diagnosticato un handicap nel nascituro.

Nella cultura del denaro (“avere = potere”), dell’immagine (“apparire per non morire”) e del piacere (“ho diritto al piacere e ogni piacere è un mio diritto”) il disabile passa per un elemento di disturbo e di peso, un “infelice” che è causa di infelicità per gli altri, mentre egli è a pieno titolo persona: soggetto umano, con corrispondenti diritti innati, sacri e inviolabili. Pertanto affermava un documento della S. Sede del 1981 (anno internazionale delle persone handicappate) il disabile “deve essere facilitato a partecipare alla vita della società in tutte le sue dimensioni e a tutti i livelli, che siano accessibili alle sue possibilità” (EV 7/1144).

Questi principi di “integrazione, normalizzazione e personalizzazione” si basano sul fermo riconoscimento che l’essere umano possiede una propria dignità unica e un proprio autonomo valore fin dal suo concepimento e in ogni stadio del suo sviluppo, qualunque siano le sue condizioni fisiche. Anzi – si legge nello stesso documento – “a ben riflettere, si potrebbe dire che la persona dell’handicappato, con le limitazioni e la sofferenza che porta inscritte nel suo corpo e nelle sue facoltà, pone in maggiore rilievo il mistero dell’essere umano, con tutta la sua dignità e grandezza” (EV 7/1143). E il S. Padre il 31 marzo 1984 ha affermato che “le persone handicappate possono far emergere in sé eccezionali energie e valori di grande utilità per l’intera umanità”.

È vero. Le persone disabili sono segno di contraddizione: incarnano il dolore, evocano la fragilità, denunciano il limite della condizione umana. Eppure, con il loro stesso esserci, affermano il mistero della vita e il valore della persona al di là di ogni determinazione di funzionalità e di efficienza.

Nel disabile grave lo scacco esistenziale della malattia invalidante diventa occasione di immediata trasparenza della comune umanità: la persona infatti vale per quello che è e non per ciò che ha o sa fare (GS 35), specialmente nella “società del fitness” che esalta come valore assoluto la buona salute, la bellezza e la prestanza fisica, il benessere psichico, il divertimento a tutti i costi, e per questo preferisce erogare somme enormi per l’“assistenza” di tutti coloro che non sono utili alla produzione.

La disabilità è una vera “provocazione”. Così ne ha parlato il Papa al giubileo dei disabili: essa minaccia le nostre presunte sicurezze e rivela i nostri desideri malsani, le zone d’ombra del nostro cuore con le paure che ci governano, con i miraggi seducenti che ci abbagliano: il bisogno di “riuscire”, il mito dell’“autorealizzazione”, la libertà scambiata con il capriccio, la gioia barattata con il piacere.  

In prospettiva di fede, se ogni uomo è una storia sacra (J. Vanier), se l’uomo vivente è la gloria di Dio, imparare a conoscere, a stare con, ad aver cura di una persona con disabilità è niente altro che imparare a conoscere, a stare con, ad amare Dio. Il volto di Dio si specchia nel volto del disabile.

E se è vero che il nome di Dio non è un sostantivo o un nome proprio, ma un verbo – IO SONO – che significa “io-sono-per-voi”, questo esserci di Dio “per noi uomini e per la nostra salvezza” prende il volto umanissimo del Verbo incarnato: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). L’incarnazione ci dice non solo “come è fatto” Dio, ma anche chi è e come è fatto l’uomo: “Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 35).

Per riassumere l’attività messianica di Gesù, l’evangelista Matteo 8,17 cita Is 53,4: “Egli ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie”. E quando registra la risposta di Gesù alla delegazione di Giovanni, lo stesso evangelista riporta i segni messianici: “i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5).

È interessante notare che un copista medievale aveva rovesciato l’ordine degli ultimi due segni, ritenendo più importante la risurrezione dei morti che l’evangelizzazione dei poveri, ma la critica testuale gli ha dato torto: c’è una cosa ancora più grande del risuscitare i morti, ed è appunto l’evangelizzare i poveri.

 

  1. La persona disabile: soggetto destinatario e protagonista di evangelizzazione

 

Stefano, laureato in filosofia, usa una carrozzella per muoversi e si esprime per mezzo di un educatore che traduce in parole i flebili suoni che egli emette:

Prima di tutto vorrei dirvi che l’espressione “catechesi dei disabili” a me non piace molto. Penso infatti che la catechesi sia unica  che debba essere adattata a ogni persona, al di là del fatto che abbia un deficit o meno. È molto importante che le persone handicappate partecipino alla catechesi come tutti gli altri. Ed è altrettanto importante che i disabili si preparino anche a diventare catechisti, per dare un contributo ulteriore, che proviene dalla loro esperienza di vita. La presenza dei portatori di handicap potrà favorire l’opera di educazione della comunità all’accoglienza di chi è diverso”.

Chiamata a continuare la missione di Cristo, che mai si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli (i piccoli e i poveri, gli ammalati e gli esclusi), la Chiesa di fronte al disabile si trova come Pietro alla porta Bella di fronte allo storpio: senza né oro né argento, ma con il potere, se non di guarirlo dall’handicap, di guarirlo nell’handicap, annunziandogli l’unico nome sotto il cielo in cui è data la salvezza (cfr. At 4, 12).

Questo implica da parte della comunità cristiana uno sforzo senza riserve e senza risparmio per scardinare con la logica evangelica i parametri di egoismo, di utilitarismo, di edonismo, che sorreggono la logica dell’emarginazione più o meno “morbida”, dell’assistenzialismo, della retorica pietista, della delega deresponsabilizzante, ricordando sempre e a tutti che tutto quello che si fa al disabile è fatto a Cristo (Mt 25,40).

Cosa può fare dunque la Chiesa? Uno sguardo rapido al recente magistero pastorale del papa e dei vescovi mostra come, nonostante il molto che è stato fatto, molto resti ancora da fare per ridurre la distanza tra le acquisizioni di principio e le realizzazioni pratiche, per una pastorale che sia più a di­mensione delle diverse situazioni dei battezzati.

 

a) Avere una premura speciale

Ci sono tante forme di povertà: c’è chi è povero di verità, di amore, di speranza; ci sono i poveri e disagiati materialmente; altri vivono ai margini delle comuni strutture sociali. Ma “la povertà e la debolezza dei disadattati e subnormali, per difficoltà di caratte­re fisico, psichico e sociale, appaiono, sotto molti aspetti, ancora più gravi. Soprattutto ai fanciulli in tali condizioni bisogna assicurare delle forme appropriate di catechesi ed educatori peda­gogicamente specializzati” (RdC 127).

Di “attenzione speciale” ha parlato anche il Papa nella Catechesi Tradendae (1979): i fanciulli e i giovani handicappati fi­sici e mentali “hanno diritto a conoscere, come gli altri co­etanei, il mistero della fede. Le difficoltà più grandi, che essi in­contrano, rendono ancor più meritori i loro sforzi e quelli dei lo­ro educatori” (CT 41).

“Trattarle come persone predilette” è anche l’invito del Direttorio Generale per la Catechesi (1997) nei confronti di quanti, particolarmente tra i minori, soffrono di han­dicap fisico, mentale e di altre forme di disagio: “L’educazione alla vita di fede, che coinvolge anzitutto la fa­miglia dei disadattati, richiede itinerari adeguati e personalizza­ti, deve tenere conto delle indicazioni della ricerca pedagogica, si attua proficuamente nel contesto di una educazione globale del­la persona… Tutte scelte pastorali, queste, che suppongono nei catechisti una specifica competenza” (DGC 189).

 

b) Promuovere una cultura della condivisione

La Chiesa che annuncia il Cristo, il quale “da ricco che era, si è fatto povero” per noi (2Cor 8,9), è in grado di amare, accogliere e accompagnare Cristo nei poveri, perché sa che essi ne sono l’abitazione privilegiata e certissima.

I poveri infatti sono vicari di Cristo e suoi “rappresentanti” (afferma S. Vincenzo de’ Paoli): servendo ad essi con tutte le forze, la comunità cristiana eviterà sia il fatalismo quanto l’illusorio utopismo: non si rassegna al limite quando questo è realisticamente superabile, ma neppure crederà di poter risolvere tutto con le opere dell’ingegno e gli sforzi, per altro indispensabili, dell’impegno umano.

Concretamente si adopererà per favorire l’integrazione di ognuno di questi suoi figli, opponendosi alla segregazione e alla marginalizzazione (se non proprio all’emarginazione). Lo stile di accoglienza condurrà la comunità cristiana a pianificare una pastorale che non metta il disabile al centro di un’attenzione morbosa, episodica, ma poi dimenticandolo nel quotidiano, bensì prendendosi cura di lui e aiutandolo ad inserirsi come soggetto attivo nella vita della comunità per condividere doni e pesi, per mangiare lo stesso Pane, formare lo stesso Corpo “in un solo Spirito”.

Occorre quindi uscire dalla logica del “comparativo” – che misura la maggiore o minore dignità di una persona con handicaps usando lo standard di un immaginario uomo perfetto, per entrare nella logica – l’unica veramente umana ed autenticamente evangelica – del “positivo”: accogliendo gli uni i doni degli altri, cercando di crescere in ogni cosa verso il capo Cristo, dal quale tutto il corpo riceve forza “secondo l’energia propria di ogni membro” (Ef 4,16).

 

c) Sostenere nel cammino della santità

Non pochi tra questi nostri fratelli e sorelle, con l’aiuto della grazia, arrivano a vivere, secondo l’espressione di Paul Claudel, “con anime ingrandite nei corpi impediti”. La speciale attenzione nei confronti dei disabili, come “persone predilette” dal Signore, spinge la Chiesa a fare tutto il possibile e l’umanamente impossibile per aiutarli a vivere il “mistero della fede”, offrendo una catechesi adeguata alle necessità e capacità di ognuna, con l’obiettivo di condurle a un’esperienza autentica e gioiosa di Dio in seno alla propria comunità fino alla “misura alta” della santità: “L’amore del Padre verso questi figli più deboli e la continua presenza di Gesù con il suo Spirito danno fiducia che ogni persona per quanto limitata è capace di crescere in santità” (DGC 189).

La meta finale è quindi quella di vivere la condizione di disabilità non come una condanna, ma come una misteriosa vocazione a partecipare alla passione del Signore perché ogni battezzato possa di dire come Paolo: “do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

La disabilità non è un castigo né una disgrazia, ma, nella fede, una chiamata misteriosa, e dunque una grazia: uno stimolo e una risorsa.

 

d) Dare per mettere in condizione di dare

Le persone disabili non sono solo destinatarie dell’annuncio del vangelo, ma a loro volta annunciano con la propria vita il vangelo e partecipano alla costruzione del regno di Dio.

La disabilità nella tipologia più grave, quella mentale, e nella forma più penosa, quella dei bambini, redenta dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, li rende missionari a livello immediato, intuitivo, per lo più non riflesso, dei veri valori dell’umanità: solidarietà, fiducia, condivisione, accettazione, apertura, fratellanza.

Le loro vie del cuore e il loro servizio di carità aiuteranno a rompere barriere di paura e di prevenzione; la loro vulnerabilità e la loro innocenza aiuteranno a creare luoghi di amore e di accoglienza.

Particolarmente efficace sarà l’aiuto della loro preghiera: “a questa preghiera la Provvidenza non dirà mai di no, perché un padre non può mai dimenticare i suoi figli più buoni e infelici” (don Guanella). Pertanto il disabile non è solamente colui al quale si dà; deve essere aiutato a divenire anche colui che dà, “e nella misura di tutte le possibilità proprie”, si legge nel già citato documento della S. Sede del 1981 (EV 7, 11??).

Infatti “uno dei fondamentali obiettivi di questa rinnovata e intensificata azione pastorale (…) è di considerare il malato, il portatore di handicap, non semplicemente come termine dell’amore e del servizio della Chiesa, bensì come soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza” (CfL 54).

 

3. I disabili e l’iniziazione cristiana

“Sentivo che mi avvicinavo a quel piccolo letto senza voce come a un altare, a qualche luogo sacro da cui Dio parlava mediante un segno. Una tristezza penetrava profonda, profonda, ma leggera e trasfigurata. E tutto intorno a lei, non ho altra parola: un’adorazione… Un’ostia vivente tra noi, muta come l’ostia, risplendente allo stesso modo; una piccola ostia bianca che ci supera tutti, un’infinità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia.”  (E. Mounier)

Già i vescovi dell’Emilia-Romagna in una pastorale su “L’accoglienza degli handicappati” (1981) avevano affermato che i disabili “sono chiamati a celebrare sacramentalmente la loro vita di fede, secondo i doni ricevuti da Dio e lo stato in cui si trovano”.

In particolare, a proposito dell’Iniziazione cristiana dei fanciulli e ragazzi disabili, si è già espresso il Consiglio permanente della CEI con la “seconda nota”, pubblicata nel 1999. “Al riguardo si terrà conto del dovere della Chiesa circa l’accoglienza, sull’esempio di Cristo, dei piccoli, dei poveri e dei sofferenti ai quali è promesso in primo luogo il regno di Dio (Mt 11,25-26; Mc 9,36); la responsabilità di educare con pazienza le comunità cristiane a superare pregiudizi e resistenze, per essere case aperte a tutti, e così manifestare il volto paterno e materno di Dio; l’attenzione e la premura verso le famiglie; il rispetto per la natura dei sacramenti.

“Si dovrà tener presente che il Battesimo è per natura sua ordinato al completamento crismale e alla pienezza sacramentale che si raggiunge con la partecipazione all’Eucaristia. Per lo svolgimento dell’itinerario di Iniziazione cristiana dei disabili ci si attenga a queste indicazioni:

– è necessario anzitutto cercare il coinvolgi­mento della famiglia, come primo seno mater­no della fede e della vita cristiana;

‑ è indispensabile avvalersi inoltre di cate­chisti che abbiano acquisito sensibilità alla spe­cifica situazione dei fanciulli e ragazzi disabili ed elementi psicopedagogici adeguati per co­municare e testimoniare loro gli elementi basi­lari della fede e della vita cristiana, secondo le capacità di comprensione nelle diverse forme di disabilità;

‑ l’itinerario di Iniziazione cristiana dovrà es­sere adattato alle possibilità della persona;

‑ per quanto è possibile, il fanciullo non com­pia l’itinerario da solo, ma in un gruppo, così da evitare qualsiasi emarginazione o discrimi­nazione;

‑ se opportuno, anche per favorire la ricezio­ne, la celebrazione dei tre sacramenti potrà es­sere distanziata nel tempo” (nn. 58-59).

In merito, una rapida ripresa con alcune puntualizzazioni.

 

a) La partecipazione liturgica: diritto-dovere di ogni battezzato

Tutti i fedeli ricevono e celebrano i sacramenti; tutti i battezzati nella liturgia sono passivi, perché resi sacerdoti dallo Spirito, e attivi, perché abilitati dallo Spirito a partecipare actuose alla celebrazione (SC 11). Ogni fedele vi baptismatis ius habet et officium di questa partecipazione sacerdotale. Come intendere “ogni fedele”?

Fra costoro possiamo annoverare anche i disabili, in particolare quelli di disabilità sensoriale logo-uditiva e visiva e quelli con disabilità cerebrale congenita e psico-intellettiva?

Se si tiene presente l’orizzonte antropologico dell’“umanesimo integrale” sopra descritto, allora la disabilità non è “distanza”, ma possibilità di altra di presenza: il non-vedente vede oltre, il disabile motorio sperimenta un altro incedere, il mentale un diverso modo di relazionarsi: insomma il disabile è un divers-abile, e in quanto tale è riconosciuto e valorizzato.

C’è una seconda ragione che fonda il diritto-dovere dei fedeli disabili a ricevere e celebrare i sacramenti, insita nello spirito stesso della liturgia, che è essenzialmente relazione-comunicazione tra Dio e il suo popolo santo e all’interno del popolo stesso, reso “uno” dallo stesso battesimo e dallo stesso Spirito: quindi un solo soggetto, non come “il semplice totale di tutti i singoli, ma come l’insieme dei fedeli con le loro inconfondibili personalità” (R. Guardini).

 

b) La disabilità mentale e la comunione eucaristica

Per questa delicata situazione bisognerà evitare due estremi: da una parte chiedere al disabile di raggiungere un livello di consapevolezza uguale a quello di ogni altro battezzato; dall’altra presumere in partenza che non è possibile alcuna preparazione.

Tenendo presente che non si dà solo una consapevolezza “razionale”, si dovrà offrire ai disabili mentali la possibilità di “percepire, secondo le loro capacità, il mistero di Cristo” (CJC can 913,1). Occorre anche ricordare che è difficile valutare con certezza assoluta il grado di attività psichica o mentale; del resto non sappiamo quali possibilità di comunicazione sono nascoste in psicologie che possono sembrare gravemente compromesse o apparentemente inerti.

In secondo luogo è ancora più difficile e praticamente impossibile “misurare” le interiori disposizioni spirituali di un disabile mentale: resta sempre un mistero, che supera la nostra comprensione, il dialogo che la grazia di Cristo sa attuare con questi fratelli, che sembrano incapaci di dialogo tra gli uomini.

In terzo luogo è bene richiamare la risposta chiara ed evangelica che già un presbitero della seconda metà del V secolo, Gennadio di Marsiglia, dava a quanti ponevano ostacoli alla ricezione dell’eucaristia: “Si vero parvuli vel hebetes, qui doctrinam non capiant, respondeant pro illis qui eos offerunt juxta morem baptizandi; et sic manus impositione vel chrismate communiti, eucharistiae mysteriis admittantur” (PL 58,993).

D’altra parte la disciplina sacramentaria della Chiesa latina, sino al sec. XII, ammetteva i bambini all’eucaristia subito dopo il battesimo, mentre nella Chiesa orientale tale prassi è tuttora in vigore.

Da ciò si deduce che i requisiti che la Chiesa ha sempre ritenuto essenziali e indispensabili per ricevere fruttuosamente l’eucaristia sono il battesimo e lo stato di grazia. Se dunque la disciplina canonica sacramentale ammette alla cresima il bambino che non ha raggiunto l’età della discrezione, qualora versi in pericolo di morte, non si vede perché si possa negare la comunione eucaristica al disabile psichico.

 

c. Integralità dell’educazione e diritto allo spirituale

Non basta che la Chiesa si spenda perché ai disabili siano garantiti i fondamentali diritti alla vita, allo studio, al lavoro, alla casa, all’abbattimento delle barriere psicologiche, sociali ed ecclesiali (e non solo architettoniche). La Chiesa infatti è chiamata a far risuonare l’evangelo della vita perché tutta la vita di ogni uomo e la vita di tutti gli uomini sia amata, coltivata e valorizzata.

Pertanto la comunità cristiana non potrà non farsi carico di tutelare e promuovere quel fondamentale diritto che ogni disabile ha di curare la sua vita spirituale e, nel caso dei battezzati, a coltivare la fede cristiana.

Il problema si fa particolarmente delicato per i disabili mentali: comunicare il vangelo in questi casi è difficile, ma non impossibile. Del resto come la mamma riesce a fare il “miracolo” di far percepire l’amore materna alla sua creatura, superando gli ostacoli delle varie “barriere” psichiche e mentali, perché arrendersi in partenza di fronte a questi limiti e non provare a far “sàpere” (che non coincide necessariamente con il “sapére”) l’amore di Gesù, “che ti ha amato e ha dato se stesso per te” (cfr. Gal 2,20)?

Infatti i disabili più che capire, possono intuire, più che ragionare possono comprendere, più che imparare possono vivere. Certo, questa trasmissione della fede non avviene in modo automatico: occorrerà una catechesi “essenziale” (non “parziale”), con un linguaggio adeguato, che preferisca i registri del simbolico più che del razionale, e per questo occorrerà dotarsi di una preparazione specifica.

Ma è utopistico pensare che in ogni parrocchia ci possa essere almeno un catechista preparato ad hoc?

Ovviamente questo catechista non dovrebbe sostituire la famiglia o fare il delegato della comunità: dovrebbe piuttosto aiutare famiglia e parrocchia a non rinunciare ai rispettivi compiti in merito all’Iniziazione cristiana e al cammino della fede.

 

d) Un richiamo profetico da rilanciare

Ventidue anni fa, all’inizio dell’“anno internazionale dell’handicappato”, celebrando la giornata della pace, Giovanni Paolo II aveva detto: “Se soltanto una minima parte del budget per la corsa agli armamenti fosse devoluto per questo obiettivo (la premura per i fratelli disabili), si potrebbero conseguire importanti successi e alleviare la sorte di numerose persone sofferenti” (1 gennaio 1981; cfr. EV 7/1179).

L’anno europeo del disabile (2003) è stata una buona occasione per chiedere a questi nostri fratelli e sorelle: “Contiamo sul vostro aiuto per mostrare alla gente del nostro paese che cos’è il vangelo”.

Parte Seconda

 

Orientamenti e proposte

1 – La disabilità interpella la chiesa

Viviamo in una società violenta e competitiva, dove spesso ha ragione chi vince e vince spesso il più forte. Nelle città di acciaio, di vetro e di solitudine, i disabili – come tutti i malati e i poveri – non possono essere trattati come  “pietre scartate dai costruttori”, ma con Cristo sono chiamati a diventare le “testate d’angolo” della civiltà dell’amore… Essi sono segno di contraddizione: incarnano il dolore, evocano la fragilità, denunciano il limite della condizione umana. Eppure, con il loro stesso esserci, affermano il mistero della vita e il valore della persona al di là di ogni determinazione di funzionalità e di efficienza…

La disabilità è una vera “provocazione”. Così ne ha parlato il Papa al giubileo dei disabili: minaccia le nostre presunte sicurezze e rivela i nostri desideri malsani, le zone d’ombra del nostro cuore con le paure che ci governano, con i miraggi seducenti che ci abbagliano: il bisogno di “riuscire”, il mito dell’“auto-realizzazione”, la libertà scambiata con il capriccio, la gioia barattata con il piacere (F. Lambiasi).

L’evangelista Marco, descrivendo l’atteggiamento di Gesù nei confronti del cieco nato (Mc 10,46) evidenzia questi gesti:

– il grido di aiuto di Bartimeo dice che ogni persona disabile è un appello per le persone che gli sono intorno. La sua sofferenza è una richiesta di aiuto. I presenti però cercano di ridurlo al silenzio, forse perché si è convinti che l’handicap sia una fatalità della vita (Mc 10, 47-48);

– Gesù insegna che la coscienza del bisogno degli altri non può essere oscurata; perché il bisogno di aiuto entra nella logica della ricerca della “salvezza”. La risposta di aiuto rende felici sia chi offre l’aiuto sia chi lo riceve (Mc 10,49);

– l’offerta di aiuto non può sostituirsi all’attenzione alla persona del bisognoso. Una spinta iniziale rende più liberi e responsabili ed il mondo appare diverso (Mc 10, 50-52).

Alla luce di questa Parola la Chiesa sa di essere la prima a dover offrire un aiuto alle persone disabili, invitando le comunità ecclesiali locali a maturare alcuni atteggiamenti di fondo per favorire l’integrazione nella vita comunitaria di ogni persona.

Giovanni Paolo II nell’omelia pronunciata in occasione della giornata giubilare delle persone disabili diceva: “Dio si è fatto uomo per amore; ha voluto condividere fino in fondo la nostra condizione, scegliendo di essere, in certo senso, “disabile” per arricchirci con questa povertà.

La parola del Signore illumina questo cammino di solidarietà. Nel regno di Dio si vive una felicità “controcorrente”, non basata sul successo e sul benessere, ma che trova la sua ragione profonda nel mistero pasquale di Cristo (Cf  Fil 2,6-8; 2 Cor 8,9)”.

 

  1. Conoscenza ed accoglienza

Ogni limite trova superamento e completamento nella visione cristiana dell’uomo che vede in Dio Colui che può sanare ogni malattia, completare ogni mancanza, rendere felici dopo la tristezza. In questa visione la pastorale parrocchiale si pone al servizio delle persone disabili, senza discriminazioni o paure e si interpella con alcune domande, per rispondere con alcune scelte operative, alle esigenze emerse.

– Quante sono le persone disabili che vivono dentro il territorio delle nostre competenze parrocchiali, e sono quindi oggetto delle nostre cure pastorali?

– È stata fatta opera di monitoraggio per conoscere situazioni, per interessarsi – come vera missione della Chiesa – delle persone che appartengono alla nostra comunità?

– Le persone disabili sono parte attiva della nostra cura pastorale?

Spesso si sentono espressioni di disagio provocate da fatti concreti: persone disabili rifiutate dai genitori, perbenismo di credenti che non accettano “persone diverse” nelle proprie strutture, credenti che escludono dai sacramenti persone battezzate disabili con motivazioni varie, spesso discriminatorie e speciose…

Di fronte a notizie di rifiuto si incontrano genitori che affrontano il loro problema familiare con coraggio. Esiste un mondo di rispetto e di amore, di coraggio e di resistenze, di impegno e di capacità per affrontare i problemi relativi all’handicap che fanno onore alla civiltà e alla democrazia.

La scienza oggi permette in tutti gli stadi della vita miglioramenti sanitari ed una maggiore speranza di vita e salute, ma non può eliminare la radice stessa del limite. Tale speranza deve essere coniugata con una accettazione concreta della disabilità, delle persone disabili, perché non nascano attese deluse e sofferenze inutili senza il calore dell’affetto.

Nella cultura attuale, infatti, chi non si colloca nei parametri della efficienza e del profitto (come i malati gravi, gli anziani, quanti non riescono a ritrovare equilibri psichici e affettivi, oltre che religiosi) viene senza mezzi termini concretamente emarginato.

Le dimensioni del consumismo non evidenziano certo una buona vivibilità della vita, visibilità che si dovrebbe invece misurare sulla capacità reciproca a non essere lasciati soli, nelle situazioni di fatica.

La comunità cristiana non pone la persona disabile al centro di un certo malcelato interessamento, ma prende cura di lei, e lo fa considerandola come un membro “normale” della comunità, anche se con particolari bisogni.

Un forte impegno comunitario è necessario perché tutte le persone, senza alcuna distinzione, possano crescere nella fede della Chiesa. Ciò incomincia da poche cose, semplici e concrete, affidate ad alcune persone più sensibili che devono farsi mediatrici con la comunità intera: facilitare la presenza in essa delle persone disabili, conoscerle, andare a visitarle a casa loro, accompagnarle alle celebrazioni liturgiche, farsi carico della loro assistenza spirituale.

Prima di tutto sembra fondamentale conoscere le persone disabili presenti sul proprio territorio attraverso le documentazioni, le indagini ed i centri di ascolto. Questo permette una prima sensibilizzazione pastorale della comunità che incomincia così a rendersi conto di “chi manca abitualmente in parrocchia, e per quale motivo”.

Le persone disabili battezzate che non partecipano alla vita della comunità spesso non ne sono  responsabili in prima persona. E questo vale soprattutto per chi ha bisogno materiale di essere aiutato: per esempio, per chi ha bisogno di essere  accompagnato alle celebrazioni comunitarie.

Accogliere i disabili diviene offerta di amicizia e coinvolgimento nella vita normale della nostra comunità. Senza una preventiva conoscenza della situazione, si può essere portati a pensare che la loro condizione non ci tocchi, che non sia compito nostro occuparcene, ma solo di alcuni specialisti. La santità non è solo per i “normali” e gli specialisti”; è un compito per tutti!

L’accoglienza comporta anche, dal punto di vista pastorale-comunitario, un generoso coinvolgimento – con la dovuta attenzione – con la famiglia della persona disabile, che non va lasciata sola a risolvere il proprio problema, ma va aiutata ad assumere un atteggiamento sereno nei confronti del limite. E questo diventa possibile, se essa scopre solidarietà, vicinanza, condivisione nell’affrontare i disagi relativi alla vita dei figli o parenti con disabilità.

È poi importante valorizzare doni e abilità delle persone disabili, superando la mentalità dell’efficienza, sapendo che è sufficiente che ciascuno dia quello che può e sa fare. È necessario partire non dalla propria efficienza, ma dall’esigenza di ottenere da ciascuno la possibilità di esprimere il proprio valore.

Infine, la comunità cristiana è chiamata ad adoperarsi perché si offra anche ai disabili la possibilità di accedere ai sacramenti per vivere la loro fede e a superare la mentalità che si diventa cristiani solo mediante la conoscenza intellettuale delle verità. Tutti devono poter crescere nella fede.

Si tratta di esprimere la genialità che sa trovare i canali appropriati per far assimilare uno stile di accoglienza a coloro che partecipano alle normali attività di una parrocchia (senza rimproveri ed imposizioni), assumendo il limite umano, come luogo della rivelazione dell’amore e della tenerezza del Padre; come domanda e richiesta di solidarietà dell’intera comunità di appartenenza; come linguaggio ordinario di vita quotidiana; come invito costante alla conversione, al servizio e al dono di sé.

 

  1. Integrazione e personalizzazione

L’orientamento pastorale che favorisce la partecipazione dei disabili nella vita ordinaria della comunità parrocchiale si ispira ad una integrazione personalizzata. I soli gesti caritativi – fatti una tantum – verso persone diverse e bisognose non sono sufficienti a creare la mentalità di una pastorale rinnovata.

L’integrazione è la possibilità concreta per una comunità di considerare il disabile  “uno dei suoi”, col proprio nome, opponendosi alla tendenza prevalente, che lo spinge all’isolamento, alla segregazione e alla marginalizzazione. Non si realizzerà l’integrazione se non si supera un certo atteggiamento di tolleranza (o di falsa pietà), a volte considerato come normale.

La comunità cristiana non può ammettere che i cristiani siano collocati in serie diverse, operando delle discriminazioni. La persona disabile è soggetto a pieno titolo, nel rispetto della dignità personale, secondo le proprie possibilità, nell’ambito della vita ecclesiale.

L’integrazione considera come  elemento di vita ordinaria la presenza in comunità di persone disabili. Il convincimento che ogni persona ha un valore assoluto e una originalità irripetibile (con tutti i suoi pregi ed i suoi limiti) fa sì che nella comunità si consideri ciascuno con la propria attiva specificità: una diversità che arricchisce tutta la comunità.

La personalizzazione predispone attenzioni proprie per le diverse disabilità, evidenziando rapporti educativi e religiosi specifici, intesi a superare i limiti della disabilità, sempre considerando il valore della persona e la promozione della sua dignità, il  benessere e lo sviluppo integrale in tutte le sue dimensioni e facoltà fisiche, morali e spirituali.

È questo lo stile pastorale di cui intende farsi carico tutta la Chiesa italiana quando, nel suo magistero, indica come doverosa una attenzione privilegiata verso chi è particolarmente bisognoso di sviluppare la sua umanità.

Per una visione giusta e rispettosa della dignità umana, la persona disabile non va definita a partire dal “difetto” che evidenzia, ma sottolineando gli aspetti positivi e preziosi che richiedono a tutti di entrare in dialogo, per la maturazione personale e per l’integrazione sociale, senza negare il limite. Le persone, che vivono con serenità la propria disabilità, sono desiderose di partecipare alla vita della comunità, felici di stare con gli altri.

La fede offre la certezza che il Regno di Dio è aperto a tutti, perché tutti sono chiamati a ricevere la buona notizia di Gesù. Essa assicura la possibilità di far parte e di vivere in comunione con un popolo, che cammina verso il Regno. Il cammino viene compiuto insieme. Ciascuno deve poter contare sulla fede del fratello e insieme deve sapere farsi carico della fede del fratello.

Si tratta di un dono reciproco: non è solo il sostegno che i fratelli nella fede offrono a chi è in difficoltà; ma anche reciprocamente la ricchezza della fede dei battezzati disabili donata alla comunità cristiana. Per ciascuno il Vangelo è una proposta di santità ed una missione da vivere. La reciprocità esige che la comunità cristiana approfondisca la modalità dell’accoglienza. Orienta verso un cambiamento di mentalità. I fratelli in difficoltà vengono a bussare alla porta per chiedere un aiuto, un sorriso, un appoggio, ma in realtà vengono a offrire anche un dono alla comunità.

L’impegno cristiano intende garantire la piena riuscita dell’uomo in tutte le sue dimensioni vitali. Ogni soggetto in difficoltà rimane sempre per il credente  una persona “pienamente umana”, con diritti innati, sacri e inviolabili. Anzi si potrebbe dire che egli – per le limitazioni e la sofferenza che porta iscritte nel suo corpo e nelle sue facoltà – nella luce della fede, mette in maggiore  evidenza il mistero dell’essere umano, con tutta la sua piena dignità e grandezza.

Bisogna denunciare profeticamente una società che nel suo costruirsi nella storia miri ad essere tecnocraticamente perfetta, ma dove non siano ammessi che membri pienamente funzionali e dove chi non rientra nel modello o appare inabile a svolgere un suo ruolo, sia emarginato, relegato o, addirittura , eliminato.

I diritti di ogni disabile, riconosciuti dalla comunità internazionale e proclamati dalla Chiesa, sono: diritto alla vita, diritto ad essere curato, ad essere istruito ed educato, a vivere in famiglia e nella società con serenità e dignità, a lavorare, ad essere accolto e protetto, ad amare ed essere amato, ad avere una fede ed a crescere in essa, a vivere in una comunità di credenti con ruolo attivo, con il riconoscimento di essere portatore di un annuncio specifico di salvezza.

 

  1. Promozione integrale ed evangelizzazione

Se la Chiesa si pone a servizio di ogni uomo per la sua promozione integrale e a ciò si sente doverosamente impegnata in nome di Cristo, il primo suo obiettivo rimane sempre quello di evangelizzarlo, di portare a ciascuno indistintamente l’annunzio gioioso che Dio lo ama e lo salva in qualunque situazione egli si trovi, di aiutarlo a sentire forte il Suo amore per rispondere con la vita.

Purtroppo nella realtà della vita delle comunità siamo chiamati a prendere coscienza della “molta distanza” ancora esistente tra le acquisizioni di principio esplicitate in tanti insegnamenti del Magistero e le realizzazioni pratiche delle singole comunità e dei loro responsabili pastorali, per una catechesi che sia meglio commisurata alle diverse situazioni dei battezzati.[1]

La Chiesa si fa “madre” che vuole coltivare la crescita nella fede di tutti i suoi figli. Le scelte pastorali generali e quelle catechistiche in particolare che ne emergono evidenziano degli atteggiamenti cristiani che vanno perseguiti dalle comunità cristiane locali, in quanto:

– riconoscono il pieno diritto di appartenenza alla comunità cristiana delle persone disabili come figli di Dio.

– pongono le persone con disabilità al giusto posto fra le categorie di persone che meritano una particolare attenzione ed una presenza pastorale efficace;

– affermano il “diritto” dei battezzati, con handicap fisici, psichici, sensoriali e mentali, a conoscere e vivere il “mistero della fede”, insieme agli altri fratelli di appartenenza.

C’è veramente bisogno di un’attenzione pastorale rinnovata alle persone disabili; c’è bisogno di educatori sensibili, preparati ma non necessariamente “specialisti”; vanno definiti i contenuti e i metodi. Le carenze sono in questo senso indicative di una catechesi che ancora oggi non è di tutti e per tutti e di una reale disattenzione della comunità cristiana al problema della educazione delle persone disabili alla vita di fede.

Si può dire che nell’ambi­to educativo religioso si è raggiunto, a volte, il fine della socializ­zazione e dell’inserimento del soggetto nella comunità – fatto pastorale di per se stesso importante, perché indica il rifiuto di ogni esclusione -, ma che rimane un’opera a metà, se non si coin­volge la persona disabile responsabilmente nella esperienza viva del cammino di fede al fine di una partecipazione vera e attiva.

Non si può dire, in verità, che manchino del tutto esperienze significative a questo riguardo; però quello che si è fatto da par­te di alcune comunità in dimensione catechistica, lo si è fatto quasi esclusivamente nell’ambito della catechesi dei fan­ciulli e dei ragazzi, escludendo generalmente gli adulti.

La comunità cristiana non può non avvertire l’urgenza di offrire la proposta di fede, nella sua pienezza, anche a tutte le persone disabili, nel modo più appropriato possibile, per­ché esse possano ascoltare Dio che parla nella loro particolaris­sima situazione come un Padre amorevole, lo accolgano, trovino in Lui le risposte più significative per la loro vita e imparino ad amarlo e a seguirlo.

 

2 – Il disabile protagonista di evangelizzazione

Le persone disabili non sono solo destinatarie dell’annuncio del vangelo, ma a loro volta annunciano con la propria vita il vangelo e partecipano alla costruzione del Regno di Dio. La  disabilità nella tipologia più grave, quella mentale, e nella forma più penosa, quella dei bambini, redenta dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, li rende missionari a livello immediato, intuitivo, per lo più non riflesso, dei veri valori dell’umanità: solidarietà, fiducia, condivisione, accettazione, apertura, fratellanza… Pertanto il disabile non è solamente colui al quale si dà; deve essere aiutato a divenire anche colui che dà, “e nella misura di tutte le possibilità proprie”. La persona disabile è uno di noi e partecipa pienamente alla nostra stessa umanità.” (LE n. 22). Infatti “uno dei fondamentali obiettivi di questa rinnovata e intensificata azione pastorale (…) è di considerare il malato, il disabile, non semplicemente come termine dell’amore e del servizio della Chiesa, bensì come soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza” (CfL 54) [F. Lambiasi].

 

  1. Una comunità a servizio della fede

 

Giovanni Paolo II parlando nel Québec, in Canada, nel settembre 1983, affermava: “La qualità di una società o di una civilizzazione si misura dal rispetto che essa manifesta per i suoi membri più deboli. Una società tecnicamente perfetta, nella quale sono ammessi solo i membri pienamente produttivi, dovrebbe essere considerata radicalmente indegna per l’uomo, pervertita da una specie di discriminazione razziale. La persona disabile è una di noi, partecipe della nostra stessa umanità. Riconoscere la sua dignità e i suoi diritti significa riconoscere la nostra dignità ed i nostri diritti”.[2]

Il rapporto che le persone con deficit  possono e devono avere con la realtà del mondo spirituale conferma che il loro inserimento nella Chiesa è insieme un diritto inalienabile ed una esigenza della personale crescita integrale.

L’accoglienza alle persone disabili va concepita come immersione nella loro esistenza personale, come condivisione della loro vita, come attenzione centrata sulla persona.

La comunicazione centrata su un rapporto più personalizzato, può attivare l’esperienza del trascendente, facendo riferimento ad alcune convinzioni:

– i disabili sono membra a pieno titolo del Corpo di Cristo che è la Chiesa e, poiché membra tra le più sofferenti sono al centro della vita e delle attenzioni della comunità cristiana, di cui sono e rimangono il bene più caro;

– tutti sono amati da Dio, in possesso di ruolo, di vocazione, di messaggi per il mondo, non sempre facili da comprendersi, ma indubbiamente significativi.

La prospettiva pastorale che inserisce nella vita della comunità cristiana il disabile, favorisce la sua integrazione. In questo cammino religioso della vita di fede si è guidati dalle seguenti considerazioni:

– il disabile è una persona con alcune difficoltà; non è un malato, ma uno che porta le conseguenze della malattia; non è qualcuno da descrivere solo movendo da quello di cui è privato, ma da quello che possiede;

– il disabile è una persona che si trova a vivere in una particolare condizione esistenziale di svantaggio e ha bisogno di specifici aiuti per sviluppare le sue capacità e vivere la vita di tutti.

La azione pastorale parte dalla comprensione che:

– ciascun uomo è diverso dagli altri e ha una sua individualità e originalità e questo è vero anche per coloro che sono colpiti da qualche handicap. Bisogna conoscerne le differenze specifiche per rispettarli nella loro identità, nella loro originalità;

– il bisogno di protezione, di dipendenza, il senso della propria incapacità possono essere lette nella luce evangelica, i limiti emergenti dall’handicap possono facilitare l’apertura all’esperienza religiosa, che diventa una via per l’educazione umana e l’esperienza di fede.

 

  1. Criteri per la catechesi

 

Come annunceremo a chi è disabile il Dio-Amore? Quali parole useremo? A quali segni e simboli potremo ricorrere?

L’importante, quando si vuol trasmettere il messaggio essenziale dell’amore di Dio, è far scoprire e vivere una presenza e un amore “attuali”. I passaggi metodologici possono essere identificati in una serie di atteggiamenti da formare e realizzare in concreto.

 

L’incontro

L’incontro non è solo disponibilità di servizio ripetuto, ma esperienza vera di continuo arricchimento, non solo atteggiamento interiore, ma esperienza di amore reso visibile. L’accolto non dovrà avere l’impressione di essere trattato da inferiore, quasi con un senso di pietà. Accoglienza significa in concreto: chiamare per nome, andare incontro, sorridere, salutare affettuosamente, incontrarsi insieme agli altri membri del gruppo, instaurare un clima di accordo e di amicizia.

La preoccupazione principale deve essere quella della fraternità. Questi “modi di essere” non devono apparire artificiali, fabbricati all’ultimo momento, ma il segno visibile di una esperienza di fede.

Dobbiamo imparare nei nostri momenti di incontro a sentirci vivi, a stare insieme, a sentirci tutti a proprio agio, a esprimere la gioia di vivere, a ritrovarci gli uni con gli altri per guardarci, per prestare attenzione a ognuno e a tutti, per lasciare a ciascuno la possibilità di dire una parola e far sentire a ciascuno che è stimato, ascoltato, che è importante ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Si tratta di incontri che esprimono i segni con i quali ciascuno sarà invitato a scoprire l’amore di Dio-Trinità. Tutto può avere un valore simbolico: lo spazio accogliente, la disposizione logistica degli ambienti, il clima cordiale.

 

Il  primo annuncio

La catechesi parte dalla vita concreta, nella quale il disabile viene guidato a scoprire i segni della presenza e della mano di Dio. Così il suo mondo viene visto come quello in cui Dio è presente ed opera; ed egli scopre la mano di Dio nella vita attuale e nella storia; osserva come Gesù ci parla di Dio e del suo modo di trattare gli uomini; e scopre che cosa vuole Dio dagli uomini che Egli chiama suoi figli.

Il disabile viene guidato a prendere coscienza delle caratteristiche più profonde della vita di Gesù: il suo amore per Dio Padre e per i fratelli, la sua profonda fede nella presenza del Padre; il suo rapporto con il Padre nella relazione della preghiera, la sua opera di salvezza verso i bisognosi, la sua vittoria sul male e il dono della sua vita “crocifissa”.

 

Un cammino da cominciare

Accettare di vivere con Gesù come figli di Dio significa avere e vivere di “fede”. È quello che Gesù chiede sempre alla gente. Fede significa accettare Gesù come Figlio di Dio e tutto quello che egli ci ha insegnato e continua a proporci attraverso la sua Chiesa.

Fede significa per il disabile imparare a conoscere Gesù: è stato fra gli uomini, accettato da alcuni come mandato da Dio; ha abitato in mezzo alla sua gente; è stato un uomo come gli altri; nelle sue opere si è manifestato come Figlio di Dio; ha fondato la Chiesa per continuare nel tempo la sua opera di salvezza.

Nel presentare la forza dell’intervento di Gesù sul male (i miracoli) alle persone disabili con difficoltà di comprensione, bisogna sottolineare soprattutto il cambiamento interiore nel cuore di coloro che hanno incontrato Gesù. Perciò, dagli elementi esteriori, che attirano di più l’attenzione, bisognerà passare alla trasformazione interiore.

Attraverso la presentazione operativa della vita di Gesù Cristo, le persone disabili possono imparare a riconoscerlo come il Figlio mandato da Dio a noi, a tutti quelli che lo accolgono. Le persone disabili possono aprirsi “interiormente” a lui nella fede; possono diventare persone rinnovate secondo il progetto di Dio.

 

Una vicinanza da sperimentare

Vivere insieme con Gesù, gli uni per gli altri. Se nella Chiesa i credenti hanno accolto l’invito di Gesù ed hanno accettato di credere in lui, sarà poi possibile conoscerlo meglio, rispondere personalmente alla sua chiamata, incamminarsi con lui nella fede in Dio Padre.

La chiamata tocca l’uomo nella sua più profonda identità e nella sua missione: ognuno ha una “identità” ed un “compito” che ciascuno è chiamato a scoprire e a realizzare e che scopre soltanto attraverso la parola di Gesù. Dio è la prima verità della vita e l’uomo è già segnato nel suo profondo da questa “dipendenza” da lui.

La fede significa dare a lui il dono della propria vita. La chiamata alla fede è per tutti anche se non tutti decidono di rispondere a questa chiamata; la risposta che si dà, è già essa stessa un grande dono che Dio fa. Così l’hanno inteso da sempre gli amici di Gesù. Accettare il suo invito significa trasformarsi interiormente per poter andare più liberi verso Dio Padre.

Ma il segno del cammino è visibile nel modo di comportarci insieme fra di noi, ed anche verso coloro che non appartengono alla nostra famiglia. La vera dedizione a Dio ed a Gesù Cristo dovrà esprimersi nella vita quotidiana: questo significa che c’è un solo “comandamento”: amare Dio ed amare gli altri uomini, perché tutti figli dello stesso Padre. I gesti concreti dell’amore che le persone disabili “vedono” e “toccano” testimoniano che Dio è Amore.

 

  1. Le principali scelte della proposta di fede

 

Nella proposta di fede rivolta alle persone disabili è necessario procedere a piccoli passi: da un nucleo centrale forte, a singole parti che vengono aggiunte di volta in volta.

Il nucleo centrale: Gesù è il centro vivo della catechesi. Non possiamo rinunciare al dato fondamentale che anche per i disabili il primo annuncio deve essere la realtà della persona di “Gesù” che in ogni pagina del Vangelo è presentato come l’amore concreto di Dio, il Padre; amore che chiede l’adesione personale nella fede.

Appare chiaro che bisogna proporre la verità essenziale, che è la persona di Gesù, nel quale si è manifestato il Dio che ama l’umanità. La catechesi è perciò “cristocentrica”, perché parte dalla persona di Gesù ed a lui continuamente ritorna.

Gesù Cristo, persona concreta, aiuta a scoprire la mano di Dio nella creazione, nella redenzione, nella vita dell’umanità, nella vita della Chiesa guidata dal suo Spirito. Più sistematicamente: Gesù Cristo, uomo-Dio storicamente vissuto, morto e risorto, rivelatore dell’amore del Padre, è messo in relazione all’uomo nella sua situazione concreta, con il suo Spirito, nella Chiesa, per l’avvento del Regno.

Intorno a questo centro (che è annuncio ed accoglienza della persona di Gesù), secondo le capacità e la buona volontà di chi l’accoglie, la verità può essere allargata progressivamente attraverso il campo più vasto di conoscenze e di vissuto esperienziale.

Nessuna verità di fede è esclusa, ma ogni informazione e formazione religiosa successiva dovrà riportarsi alla rivelazione principale del Dio che ama e della sua legge di amore universale.

I successivi sviluppi trattano di Gesù, della sua persona, della sua opera e della sua missione. L’uomo può scoprire la mano di Dio nelle cose comuni di ogni giorno; ed altri uomini possono insegnarlo. Ma tutto questo ci è stato insegnato più chiaramente da Gesù. Egli agli uomini ha parlato di Dio. Con le sue opere e con il suo insegnamento ha dimostrato che Dio è presente fra gli uomini: chiama gli uomini alla fede in Dio.

Soltanto quando gli uomini hanno assimilato questi aspetti esterni dell’operare di Gesù, che valgono per tutti, vengono prese in considerazione le caratteristiche più profonde della sua vita: il suo amore per Dio, la sua preghiera, la sua fede.

Si può capire il messaggio di Gesù che è Salvatore e Redentore: perdona i peccati e con la sua morte vince il male; si è donato pienamente a Dio e agli uomini; è fedele a Dio fino alla morte; risorge; rimane fra noi col suo Spirito; noi diventiamo la sua Chiesa.

Le esperienze di catechesi, anche con persone disabili mentali gravi, confermano che il metodo a spirale, che parte dal nucleo centrale e si allarga ai contenuti relativi, è preferibile a quello lineare, perché è più intuitivo, e quindi più adatto. Il catechista deve ritornare spesso sugli aspetti fondamentali della verità essenziale, sul nucleo di base. Questo approccio concentrico facilita la comprensione a persone che, con difficoltà più o meno gravi, fanno fatica da sole ad arrivare ad una sintesi.

Il metodo aiuterà a far sì che la verità essenziale sia sempre presente e sempre nuova. Ma fondamentale diventa la capacità del catechista di guidare l’itinerario procedendo dal più visibile, tangibile, concreto a ciò che lo è meno, dal più vicino al più lontano.

Una “catechesi adatta” per le persone disabili deve quindi valorizzare alcuni criteri.

 

La scelta dell’essenziale. Il principio è valido nella catechesi ad ogni livello: cioè partire dall’essenziale e poi progredire gradualmente nella conoscenza e nella vita nuova, distinguendo ciò che è fondamentale da ciò che può ritenersi secondario, in rapporto sempre alle capacità della persona in situazione. Questo è un principio fondamentale specie per chi presenta gravi ritardi. Ma alcune verità essenziali sono da garantire a tutti: che Dio è Padre di tutti gli uomini, senza alcuna differenza; che tutti gli uomini sono chiamati ad amarsi come fratelli e a costituire una vera comunità di fratelli, la Chiesa; che Dio in particolare ama i poveri, i deboli, gli umili, i piccoli. Queste idee, a tutti è possibile annunziarle, con la parola, ma anche con l’esempio, la testimonianza, il servizio.

 

– L’ambiente più importante per il disabile è il gruppo, che ha un’efficacia educativa unica. È necessario che sia un gruppo piuttosto ristretto, affettivamente stabile, capace di accogliere il soggetto, saggiamente guidato con competenza da un catechista animatore.

 

– La riuscita di ogni tipo di catechesi poggia sulla figura del catechista qualificato,  sulla sua competenza e disponibilità. Egli, in modo particolare, deve essere persona matura a livello umano e cristiano, disponibile all’accoglienza e alla comprensione, capace di accettazione dell’altro senza condizioni, qualunque sia la sua situazione, di grande competenza comunicativa.

 

– Il linguaggio – come segno che veicola la trasmissione di messaggi di fede, perché siano compresi ed accettati – è fondamentale, specie per chi ha un grave deficit di attenzione e di comprensione immediata. Il linguaggio scritto, spesso, è del tutto inutile; quello parlato deve essere semplice e chiaro nella costruzione delle frasi; il parlare lento e scandito. Molto importante è l’uso delle immagini che possono aiutare e supportare la comunicazione verbale. Fondamentale è poi il gesto. Il linguaggio che il disabile più comprende è quello concreto, gestuale, simbolico.

 

– Una liturgia a misura della capacità di partecipazione. La persona disabile intuisce la grandezza dell’evento che si svolge durante la liturgia, per l’atmosfera che c’è intorno, per il modo in cui lo vive il gruppo in cui è inserito o i propri parenti, per il fatto che egli è invitato a parteciparvi. C’è però l’esigenza di un adattamento della liturgia, che la renda attraente e comunicativa; la Liturgia è di per sé ricca di simboli,  di segni, si tratta solo di renderli più comprensibili: sia data la possibilità di intervento e di risposta nella  preghiera dei fedeli, la possibilità di partecipare con il movimento, i gesti (l’Offertorio, lo scambio della pace), sia favorito il canto, anche accompagnato dai gesti.

 

– Anche l’ambiente conferisce una certa efficacia alla educazione cristiana, specie in chi incontra difficoltà di comprensione diretta di una comunicazione: un luogo silenzioso e raccolto, luminoso e con una buona acustica, un locale senza alcuna possibilità di pericolo, ben delimitato, in cui si possa stare comodi e a proprio agio; l’insieme delle persone riunite intorno al catechista che parla, le sedie orientate verso la Bibbia posta al centro o rivolte verso una immagine del Signore. Tutto questo può favorire nel soggetto in difficoltà la capacità di attenzione e di assimilazione di un valore religioso comune.

 

– Una possibilità reale di servizio nella comunità. La persona disabile, soprattutto se si tratta di un adolescente o giovane-adulto, non può solo essere soggetto di piacevole “istruzione” con qualche incontro di preghiera. Deve sperimentare, quanto più pienamente possibile, la fede-vita, la fede-comunione, la fede-missione. Deve, cioè, già vivere nel gruppo piccoli impegni di servizio nell’interno della comunità o in rapporto con l’ambiente e la società (ad esempio un servizio ai più poveri). Specie nelle forme non gravi di handicap diventa necessario offrire modalità per l’esercizio della vita di fede per far assumere in prima persona o insieme nel gruppo, precisi impegni, in relazione alle effettive possibilità. Dove questo avviene, non è difficile riconoscere la realtà di un servizio  attento, diligente, responsabile.

 

– In seguito, con l’accesso alla celebrazione dei sacramenti nella vita della Chiesa, con la pratica della virtù, con l’iniziazione alla preghiera, con la devozione alla Madonna e ai Santi, il cammino di fede si compirà in uno sviluppo organico e progressivo.

Così la catechesi parte dalla viva esperienza del soggetto e dalla scoperta del suo mondo che diventa il mondo di Dio, che in Gesù chiede la fede. Da essa si potrà successivamente arrivare all’Eucaristia, sacramento che contiene l’essenziale del lieto annuncio (Gesù Cristo, la sua morte e risurrezione, lo Spirito e la Chiesa), e alle altre verità vissute della fede cristiana.

Solo dopo che sia stata assicurata una personale (possibile) risposta di fede, possono essere formati gli atteggiamenti di base (il vivere cristiano e la conversione) che sviluppano la carità, la penitenza, la preghiera e favoriscono l’incontro personale con Dio.

Si può ragionevolmente affermare che la catechesi, partendo dal nucleo centrale “Gesù Cristo” e facendovi ritorno negli sviluppi successivi, farà allargare poco per volta alle persone disabili la spirale delle proprie scoperte, l’inventario delle conquiste e delle meraviglie che il Signore prodiga e farà apprendere le esigenze che questo amore divino manifesta nell’uomo.

La legge data da Gesù manifesta la tenerezza divina, così come la concretizzano i sacramenti con i quali Dio fa partecipi della sua vita coloro che accettano di credere in lui. Proprio a questa vita essi conducono:

– il Battesimo è germe di nuova vita;

– la Confermazione è luce che la illumina con il fuoco dello Spirito;

– l’Eucaristia è pane d’amore che la nutre e la fa crescere;

– la Riconciliazione è un segno tangibile del perdono che fa partecipare alla vita risorta di Gesù, sperimentando la misericordia di Dio Padre, ma deve apparire evidente che confessione e carità hanno un chiaro aspetto comunitario. Anche la comunità deve essere disposta a perdonare amorevolmente gli errori dei propri membri, testimoniando in concreto il proprio amore.

 

  1. Evangelizzare è compito di “tutti”

Diffondere il “dono” della fede è compito di ogni membro della comunità ecclesiale. La persona disabile non è solo destinatario, ma un vero soggetto “attivo” di evangelizzazione, perché come gli altri è portatore di un messaggio per i suoi fratelli, per la comunità cristiana e per la stessa società civile.

Pienamente inserito nella vita comunitaria, con diritti e doveri come tutti, anche il disabile partecipa alla stessa missione fondamentale dei battezzati, ciascuno con una vocazione personale. Anch’egli è chiamato a celebrare sacramentalmente la propria vita di fede, secondo i doni ricevuti da Dio e lo stato in cui si trova. Così, partecipando alla catechesi, alla liturgia e alla vita della Chiesa, egli potrà compiere il suo cammino di fede, e divenire soggetto attivo di evangelizzazione, capace di arricchire coi doni e carismi propri la comunità cristiana.

Come ogni battezzato in Cristo, dono di Dio alla Chiesa e all’umanità, il disabile può diventare “Parola” che tutti sono chiamati a leggere ed accogliere con spirito di conversione. Ognuno di noi, leggendo questa parola, può superare atteggiamenti di egoismo, individualismi, efficientismo e di emarginazioni varie. In tal senso quindi, la presenza delle persone disabili porta a cambiamenti di mentalità, aiuta a scoprire valori determinanti nella vita, fa assumere atteggiamenti e comportamenti che inducono a scelte profonde e radicali.

La loro “umanità” avvicina al “mistero” di Cristo che volontariamente e liberamente ha scelto di essere vittima della violenza, del rifiuto, dell’isolamento, dell’esclusione, dell’abbandono, del tradimento psicologico, affettivo, emotivo e sociale, ha scelto di essere rifiutato dagli uomini, ma sostenuto da Dio (Ps 41), in un disegno di salvezza a vantaggio di tutti.

La presenza, segno visibile della pietà di Dio, dona alla Chiesa la capacità di abbracciare il mondo intero, partendo proprio dalla persona con problemi umani (Mc 1, 29-34). Così con la sua vita, il disabile fa la catechesi dell’amore, la cui fonte è Dio stesso: “Io ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo”(Is 43,1.4).

Perché la realtà ecclesiale che coinvolge i disabili diventi trasparente, si richiede alla comunità cristiana, ai suoi pastori e catechisti, di partire da un dato di fatto: ogni persona ha i suoi limiti ed i suoi deficit. Non è forse vero che ognuno in qualche modo dipende dagli altri ed ha bisogno del loro aiuto;  e che anche “per dare” bisogna essere aiutati?

Ogni cristiano, in quanto è aiutato a diventare più cosciente della propria fede e delle sue esigenze, non è solo destinato a ricevere l’annuncio, ma deve essere messo in grado di divenire protagonista e responsabile della missione evangelizzatrice della Chiesa.

I disabili hanno dei deficit che sono “visibili” e trasparenti, per cui il loro bisogno di aiuto si fa più chiaro,  mentre le persone “normali” sono tali perché hanno la possibilità di nascondere i loro difetti o le loro diversità.

Ma a tutti deve essere offerta la possibilità di avere tempi e spazi di abbassamento di difese e di comunicazione più autentica, come primo servizio che le persone più trasparenti possono svolgere a favore del prossimo, contribuendo così ad attuare la solidarietà tra le persone.

Si tratta di un servizio particolarmente prezioso se è svolto da persone che mettono in primo piano ciò che è umano, relazionale, dettato dal senso della vita e dell’amore. In questo senso vale per la vita cristiana quel servizio basilare che ciascuno può fare al suo prossimo: aiutarlo a diventare pienamente se stesso, senza maschere e senza schermi. Nasce nella comunità un servizio vicendevole in cui ciascuno può ricevere e dare qualche cosa.

Essere se stessi, infatti, significa prima di tutto riconoscersi come creature di Dio di cui si è “immagine”. Si tratta di una luce che può raggiungere il massimo di luminosità quando il volto di Cristo risplende nel volto di ogni uomo.

I messaggi che le persone disabili offrono, possono essere oggetto di riflessione per tutti, e provocare occasioni di cambiamento di mentalità restie. Eccone alcuni possibili:

– l’amore di Dio Padre, anche quando l’umanità è ferita, mortificata, è infinito;

– il valore primario della vita appare anche in situazioni difficili;

– la necessità di una vita fisica integra ed efficace, ma limitata anche dalla relatività di molti suoi aspetti, in una globale e unitaria visione dell’uomo;

– la scoperta del significato profondamente umano della sofferenza, del limite, della Croce, rivisti come valori di purificazione, di liberazione, di crescita e di maturazione;

– la valorizzazione del bene della solidarietà, dell’amore e della comunione come via per venire incontro ai fratelli e sorelle nella sofferenza e nella solitudine, costituendo per loro e con loro reali possibilità di vita serena e tranquilla;

– la pienezza di una vita semplice, essenziale, povera, umile, che può costituire un ideale primo e più importante di vita di ogni persona matura;

– la scienza come necessità umana per debellare i mali e le violenze che incontriamo presenti nell’umanità, per limitarne la vastità e la crudeltà con impegni mirati.

Tutto ciò costituisce la base umana portante di ogni approccio al problema della disabilità, ma il culmine del servizio ecclesiale all’uomo e ad ogni uomo è senza dubbio l’evangelizzazione. Ogni battezzato è un soggetto attivo, perché riceve e dà, riceve l’annuncio e diventa annunciatore. La Chiesa “esiste per evangelizzare” (EN 14), per “portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità e, con il suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa” (EN 18).

Essa, quale Madre e Maestra, genera ed istruisce figli concepiti per opera dello Spirito Santo e nati da Dio (Cfr. LG 64).

A tutti porta l’annuncio del Salvatore, ma anche introduce ognuno al mistero di Dio rivelato in Gesù e forma tutti integralmente per una piena conversione, per vivere la vocazione universale alla santità nel servizio alla carità.

L’azione evangelizzatrice, a partire dalla testimonianza e dal primo annuncio, e il ministero catechistico per una crescita continua del germe della fede, coinvolgono i disabili come una esperienza qualificata vissuta all’interno della Chiesa e delle comunità ecclesiali locali, dove ognuno con la propria voce, con la propria offerta di sé, loda il Padre in Gesù per mezzo dello Spirito.

Ognuno, al di là di ogni menomazione, può diventare capace di tale culto di lode, e il Padre non rifiuta la lode di questi suoi figli e figlie che Egli ha chiamato a condividere in modo sublime il mistero della redenzione di “tutto l’uomo, anima e corpo”, realizzato attraverso la sofferenza e la resurrezione.[3]

Insieme al servizio dell’evangelizzazione e della partecipazione alle celebrazioni liturgiche, anche l’impegno a spendersi per ciò che è la vita della Chiesa nelle sue scelte ed attività pastorali tocca al disabile, che come tutti, deve avere “un posto ed un ruolo” (una vocazione) nella vita della comunità.

Affermando la dignità di ogni vita umana, la Chiesa supera la mentalità efficientistica ed emarginante della società secolaristica. Così il disabile diventa profezia di ciò che ogni persona potrà essere, quando le forze fisiche diminuiranno, quando si potrà perdere la propria autonomia, quando si potrà divenire completamente dipendenti: si desidera anche allora essere trattati con dignità e rispetto ed essere ancora responsabili della propria vita e partecipi degli eventi comunitari.

Nel discepolato di Gesù Cristo, vissuto responsabilmente, il disabile contribuisce ad arricchire il popolo di Dio con i doni che il Signore gli ha affidato.

Con il recupero e l’inserimento del disabile nella vita di ogni giorno, gli si offrono preziose occasioni per essere persone portatrici di un dono, non solo per il fatto di essere persone, ma anche per la vocazione particolare a cui sono state chiamate da Dio.

Così la Chiesa diventa effettivamente la casa del Padre dove tutti possono trovare la pienezza dell’amore divino e umano, per superare separazione, distanza e diversità e vedere ognuno come persona piena di ricchezza e di umanità.

 In conclusione, il coinvolgimento sociale-ecclesiale e le testimonianze di vita vissuta e impegnata dei disabili e delle loro famiglie sono veicolo privilegiato per la trasformazione e la crescita della società di cui la Chiesa è fermento. La comunità parrocchiale può guardare con serenità e fiducia per superare paure e diffidenze, per crescere in modo da essere comunità senza barriere ideologiche, mentali e psicologiche. In tal modo, il disabile diventa corresponsabile del triplice ministero “profetico, sacerdotale e regale” di Cristo.

 

 3 – I disabili e l’Iniziazione Cristiana

 Tutti i fedeli ricevono e celebrano i sacramenti; tutti i battezzati nella liturgia sono passivi, perché resi sacerdoti dallo Spirito, e attivi, perché abilitati dallo Spirito a partecipare actuose alla celebrazione (SC 11)…

C’è una seconda ragione che fonda il diritto-dovere dei fedeli disabili a ricevere e celebrare i sacramenti, ed è insita nello spirito stesso della liturgia, che è essenzialmente relazione-comunicazione tra Dio e il suo popolo santo e all’interno del popolo stesso, reso “uno” dallo stesso battesimo e dallo stesso Spirito: quindi un solo soggetto, non come “il semplice totale di tutti i singoli, ma come l’insieme dei fedeli con le loro inconfondibili personalità” (F. Lambiasi)

 Il Concilio Vaticano II afferma che non ci può essere vita pienamente cristiana senza sacramenti. “I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini e alla edificazione del corpo di Cristo e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni hanno poi la funzione di istruire.

Non solo suppongono la fede, ma la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede”.[4]

I sacramenti, prima di essere segni di salvezza per l’uomo, sono segno-presenza di Cristo e della sua Chiesa. Sono segno dell’amore di Dio, un Dio che ama sempre la sua creatura, prima ancora che questa possa riamarlo; anzi, anche quando questa di fatto non lo ama. L’amore di Dio è orientato in particolare verso chi è più bisognoso di sostegno nel corpo e nello spirito, come dimostra l’atteggiamento di Gesù nei confronti dei poveri e dei sofferenti, testimoniato dai racconti evangelici.

I sacramenti sono segni dell’amore della Chiesa, che si fa rivelazione dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con gesti concreti, che sono portatori di salvezza.

I sacramenti specifici dell’Iniziazione Cristiana (Battesimo, Confermazione, Eucaristia) sono azioni nelle quali la grazia si rende presente per raggiungere il credente. Dio offre la suprema prova del suo amore, perché dà la certezza che nessun limite umano impedisce a Dio di amare ogni uomo, anche quando viene da lui rifiutato. In tale prospettiva i sacramenti appaiono come segni mediante i quali l’amore di Dio si è rivelato in tutta la vita di Gesù.

1.     La celebrazione dei sacramenti con le persone disabili
L’integrazione dei disabili nella vita della comunità parrocchiale comporta la possibilità concreta di ammetterli ai sacramenti, seguendo il cammino dell’Iniziazione cristiana e della crescita nella vita di fede.

Essi hanno perciò il diritto (come tutti) di partecipare, normalmente, al banchetto della vita cristiana, usufruendo dei doni di Dio, come sacramenti del suo amore liberante. “I sacramenti dell’Iniziazione cristiana portano i fedeli a quella maturità cristiana per cui possono compiere nella Chiesa e nel mondo la missione propria del popolo di Dio. Questo itinerario, uguale per tutti, deve essere adattato alle varie condizioni ed età di coloro che credono in Cristo e chiedono di entrare nella comunità dei suoi discepoli”.[5]

Per i disabili mentali, agli effetti della loro ammissione ai sacramenti, non si deve pensare ad una proposta di fede e di catechesi di tipo “intellettualistica”, quasi che essi si debbano impossessare di concetti di fede a basi dottrinali. Si può arrivare a conoscere Gesù, Figlio del Padre, animato dallo Spirito Santo, senza essere costretti ad analisi intellettuali. Le mediazioni posso essere di tipo esistenziale e relazionale: “Con Gesù possiamo essere amici di Dio nostro Padre”; “Gesù ci insegna, attraverso il suo Spirito di Amore, come essere amici di Dio”.

Fin dall’inizio, quindi, si presenta il vero Gesù, Figlio di Dio che ci dona il suo Spirito, la cui vita è trinitaria e che invita a partecipare a questa ricchezza d’amore.

Si tratta quasi di una “teologia affettiva”, ove nel rapporto con Dio viene prima il cuore e poi la mente. Si instaura relazione, mediata da una comprensione affettiva, che potrà essere immessa nella vita religiosa dei disabili. L’intelligenza e la razionalità non sono le sole facoltà della persona  ad essere interessate alla proposta catechistica. L’affettività deve essere capace di accogliere e poi di rispondere. Non si deve avere paura, pertanto, di mettere anche chi ha insufficienze mentali a contatto con il Signore attraverso la preghiera personale e i sacramenti.

Si deve ritenere che persone con disabilità mentale, anche se “non capiscono o hanno ritardi nella formazione culturale e psicologica”, non possono essere escluse dal ricevere tali doni di amore accogliente, se non si vuole cadere in una vera forma di discriminazione. La privazione del dono di Gesù sarebbe ancora un marchio estremo del rifiuto da parte della società e della stessa comunità ecclesiale. Non c’è niente di più evangelicamente assurdo e quindi insopportabile del privare le persone disabili di un bene salvifico.

La celebrazione dei sacramenti per tutti è momento di chiara espressione di fede e di impegno missionario.

Certamente determinante è la fede della famiglia, come pure la capacità della comunità ecclesiale locale di accogliere “affettivamente” la persona, mettendosi a suo servizio nell’aiutarla a vivere un reale rapporto con Dio e con i suoi fratelli, nei limiti delle sue reali possibilità, anche minime.

Anzi, proprio con persone con disabilità va rivalutata nella sua piena funzione la presenza del padrino e della madrina, che si devono far carico dei loro bisogni e di quelli delle loro famiglie. Essi devono costituire per i disabili il referente del grembo materno e paterno della Chiesa che genera alla fede nuove creature.

Perciò la celebrazione dei sacramenti, anche quello dell’Eucaristia, dovrebbe favorire così l’assunzione da parte della comunità, in particolare, di qualche suo membro, di veri impegni di assistenza, di carità, di amore.

È necessario perciò riscoprire le ragioni più profonde che possano aiutare a superare quelle esitazioni o rifiuti, quelle reticenze o disagi che si evidenziano (forse anche inconsciamente) davanti a certi soggetti con deficit mentale grave o chiusi nel proprio autismo.

Come tutti i chiamati alla vita, anche essi hanno diritto di condividere i tesori offerti da Dio: essendo nati alla vita, come tutti, hanno bisogno del battesimo per vivere da figli di Dio; dovendo vivere una normale vita di fede, come tutti i battezzati, anch’essi hanno bisogno del nutrimento dell’Eucaristia e del perdono di Dio; dovendo crescere nella esperienza della fede come gli altri battezzati, hanno bisogno di ricevere la Confermazione e l’Unzione degli infermi, che dà la forza, la pazienza e la fiducia nella malattia e nel passaggio verso Dio.

Ma spesso ci si giustifica pensando che, ad esempio, la persona con deficienza mentale grave non può andare a Dio, perché non ha “mezzi intellettuali adeguati”, perché “tanto, non capisce”. Davanti a resistenze del genere, la comunità è chiamata ad assumere un compito arduo e difficile. Proprio perché tale, ma irrinunciabile, deve costituire “scelta” decisa nella pastorale e nell’opera di evangelizzazione e di catechesi. La comunità deve prendere in considerazione la possibilità di coinvolgere tutti i soggetti pastorali che entrano in relazione con le persone disabili: la sua famiglia e l’intera comunità (soprattutto pastori, catechisti e animatori).

Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI dà alcune indicazioni circa i fanciulli e i ragazzi disabili: “Particolare delicatezza e sensibilità esige la situazione dei fanciulli e dei ragazzi con difficoltà di apprendimento, di comportamento e di comunicazione. Al riguardo si terrà conto del dovere della Chiesa circa l’accoglienza, sull’esempio di Cristo, dei piccoli, dei poveri e dei sofferenti ai quali è promesso in primo luogo il regno di Dio (Mt 11,25-26; Mc 9,36); circa la responsabilità di educare con pazienza le comunità cristiane a superare pregiudizi e resistenze, per essere case aperte a tutti, e così manifestare il volto paterno e materno di Dio; circa l’attenzione e la premura verso le famiglie; il rispetto per la natura dei sacramenti”[6].

         Manca una decisa ricerca in ordine alla gerarchia delle verità che la catechesi per le persone disabili deve perseguire. Come giustamente in­segna il Magistero, il procedimento non può risolversi in una “riduzione” del comune catechismo, con qualche accorgimento sul piano del­la didattica. La prima cosa da riaffermare è il diritto di queste persone ad essere membri della comunità cristiana e a ricevere l’annuncio evangelico come ogni altro cristiano.

Il problema si fa particolarmente delicato per i disabili mentali, in quei casi in cui la comunicazione è difficile. Come si fa ad esempio a comunicare con chi non possiede il linguaggio verbale? Comunicare il Vangelo in questi casi è difficile, ma non impossibile.

È necessario che si scoprano le forme e i modi per una comunicazione più adatta senza lasciarsi andare alla improvvisazione e allo spontaneismo. Occorrerà una catechesi “essenziale” (ma non parziale o ridotta)  con un linguaggio adeguato, che privilegi i registri del simbolico più che del razionale e dell’astratto.

Anche con le persone disabili mentali è doveroso tentare tutti i mezzi con suoni, colori, ritmi, espressioni per stabilire una relazione, per far penetrare un’idea, un messaggio. C’è, però, soprattutto una comunicazione che arriva attraverso il cuore, quasi con i suoi ritmi. Ogni uomo, anche chi è affetto da una disabilità mentale, può scoprire che Dio ama, è Padre, che gli uomini nella fede sono fratelli, che Dio predilige i poveri e i piccoli attraverso i semplici e quotidiani gesti d’amore di cui sono destinatari. È questo il linguaggio preferenziale, che si esprime attraverso i gesti di una fede “affettiva”: accompagnarli, stare con loro, metterli a proprio agio, renderli contenti, inserirli gradualmente in un gruppo, in una assemblea liturgica, dove sono rispettati, attesi e amati.

 

  1. I sacramenti ai disabili psichici gravi

C’è chi ritiene che Dio può offrire salvezza per la particolare condizione di sofferenza in cui certi soggetti vivono indipendentemente dal fatto che si offrano segni di salvezza nella comunità cristiana.

E questo si pensa anche per i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana impartiti alle persone con disabilità mentale. Ma, perché non dare ad essi questi sacramenti?

Non sorgono in genere serie difficoltà circa il con­ferimento dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana ai disabili fisici, anche totalmente impediti, che abbiano però 1’uso di ragione. Perciò il discriminarli per un qualsiasi pretesto sarebbe un fatto gravissimo.

Circa i disabili psichici occorrono alcune considerazioni ulteriori. Sono pochissimi quelli con i quali non ci sia nessuna possibilità di comunicazione e per i quali non si possa dire nulla circa il loro stato di consapevolezza o il livello di fede.

I malati mentali, anche con i disturbi psi­cotici più gravi e cronici o con limitazioni non totali derivanti da danni cerebrali, oggi, grazie al cambiamento degli ambienti di ospitalità, alle nuove cure farmacologiche o psicoterapeutiche, hanno lunghi periodi di remissione.

Il rischio è che per la difficoltà del dialogo e della comunica­zione (forse per i pregiudizi o le paure che a volte ci si trascina die­tro inconsapevolmente), non si faccia una valutazione accurata o non si diano sufficienti possibilità di preparazione catechetica.

Il Codice prevede il dovere della catechesi anche a questi fratelli. Il parroco deve curare, secondo il can. 777, 4°, che “l’istruzione catechetica sia trasmessa anche a quelli che sono im­pediti nella mente o nel corpo, per quanto lo permette la loro condizione”.

È chiaro che occorrono catechisti preparati ed una catechesi adatta che dia la possibilità di vivere la vita di fede secondo le proprie capacità. Sia rispettato il loro diritto di partecipare alla vita sia della società civile sia della Chiesa, in tutte le dimensioni e a tutti i livelli accessibili alle loro possibilità, così da rendere tali persone membri a pieno diritto della comunità cristiana.

Non ci sono osta­coli per l’ammissione ai sacramenti dell’Iniziazione Cristiana (e in alcuni casi anche alla penitenza), seguendo necessarie modalità:

– una valutazione personale, che tenga presente i cambiamenti nelle capacità di relazione;

– una catechesi adatta;

– il consenso, anche minimamente manifestato;

– una iniziale consapevolezza, espressa secondo le capacità.

Per l’ammissione all’Eucaristia  dei disabili psichici opportunamente preparati, basta il desiderio manifestato, an­che con un linguaggio non verbale nelle relazioni che stabili­scono con i catechisti o con quelli con i quali celebrano, e la condivisione della fede, della preghiera e della consapevolezza che quel Pane ha un riferimento a Gesù che viene invocato nelle preghiere e nella celebrazione liturgica.

Certo la catechesi dovrà continuare anche dopo l’ammissione ai sacramenti, per aumentare la consapevolezza del mistero di amore a cui si è chiamati a partecipare.

Una considerazione particolare meritano le persone disabili che, nono­stante un ambiente favorevole e le cure, mostrano di non avere possibilità di recupero delle facoltà mentali. Sono coloro che, alme­no dall’esterno – l’uomo anche in queste condizioni rima­ne sempre un mistero con potenzialità sinora ine­splorata e comunque carico di dignità – sembrano vivere di vita vegetativa, e non reagiscono se non a stimoli sensoriali ele­mentari.

L’esigenza e la possibilità di ricevere il Battesimo, ”necessario per la salvezza” (can. 849), e la Cresima, conferita anche a chi non ha l’uso di ragione (can. 889 § 2), non è soggetta a dubbi. La grazia di Dio, attraverso i sacramenti e la fede della Chiesa, gratuitamente giustifica ed è una vera realizzazione dell’amore preveniente del Padre, anche se da parte dell’uomo è assente o non chiara la possibilità di una risposta (cfr. can. 871).

Circa il conferimento dell’Eucaristia, stando alle condizioni del can. 913, non si possono ammettere, persone carenti di maturità minima indispensabile per accedere al sacramento.

Restano alcune ragioni da considerare riguardo all’ammissione all’Eucaristia, che possono suggerire una prassi di partecipazione.

1^. La storia e la prassi ecclesiale, seguita anche nella Chiesa latina fino al medioevo, di dare la comunione ai bambini piccoli quando venivano battezzati. Tale prassi è ancora oggi in vigore nelle Chiese orientali, dove ai piccoli, precedentemente cresimati, viene data 1’euca­ristia con alcune gocce di vino consacrato.

2^. Tale prassi si fonda su una ragione teologi­ca: l’unitarietà dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana, come sot­tolinea il Codice di Diritto Canonico (can. 842 § 2). La pienezza della grazia di Cristo e della sua vita nuova, che è a noi necessaria (“se non mangiate la mia carne […] non avrete in voi la vita”: Gv 6, 53), è messa a disposizione di tutti (“versato per voi e per tut­ti”).

Ci chiediamo: per questi nostri fratelli, che non possono per­dere lo stato di grazia, che sono certo le membra perfette del cor­po di Cristo, che non possono essere indegni di riceverlo, non si può presumere che il Signore entri eucaristicamente in comunio­ne con loro per «pura grazia» (nel senso più assoluto) anche sen­za una consapevolezza e un desiderio espresso (non verificabile)?

3^. Vi è poi una ragione non sottova­lutabile: c’e un mistero nella persona umana che va al di la dei li­miti o delle inabilità mentali: in molti casi si può sostenere che c’e una ricettività profonda, a volte assai nascosta, che rende anche psicologicamente capaci di un rapporto minimo con il resto dell’umanità.

4^. Infine, un genitore o chi ha in carico un disabile grave, impossibilitato ad esprimere una sua volontà, e desidera ardentemente che il disabile possa essere ammesso all’Eucaristia, se debitamente formato e responsabilizzato, conviene che trovi accoglienza, con una verifica del Vescovo. La fede produca i benefici effetti dell’incontro con Cristo, come nell’incontro del paralitico portato dai quattro e calato dal tetto “Vista la loro fede…”(Mc 2,5).

Perché essere par­simoniosi nel dare i doni della grazia di Dio, quando il Signore è sempre abbondante?

Di per sé il Battesimo è impartito ai bambini senza chiedere alcuna adesione di tipo personale, volontaria. Se ne fa garante della fede la famiglia e la comunità e la cristiana. Perciò nessun tipo di disabilità mentale, per quanto grave, è motivo sufficiente per escludere alcuno.

La Cresima non può essere rifiutata a nessun disabile mentale. Il Codice  di Diritto Canonico richiede che il cresimando sia adeguatamente preparato e in grado di rinnovare le promesse battesimali.

L’ammissione alla Confermazione delle persone disabili dovrà perciò essere legata alla comunità e alla famiglia che si facciano garanti del percorso di fede e della preparazione del cresimando.

La celebrazione dell’Eucaristia è il centro della vita cristiana, il dono più grande che Gesù ha fatto ai suoi discepoli. Anche il disabile può accedere, dopo adeguata preparazione, a questo sacramento, evitando alcuni estremi:

– rifiutare l’Eucaristia con l’idea che “tanto, non capisce abbastanza”;

– rifiutare l’Eucaristia ritenendola “non necessaria” con l’idea pietista che “tanto, si salva lo stesso”;

– accettare di dare l’Eucaristia senza alcuna preparazione, negando così la capacità di conoscere e amare Dio.

 

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http://www.chiesacattolica.it

L’Arche

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Comunità di Sant’Egidio

http://www.santegidio.org/it/amici/disabili.htm       

Fede e Luce

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Fede e Luce Italia

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Il Chicco

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Associazione Papa Giovanni XXIII

http://www.apg23.org

Lega del Filo d’oro

http://www.legadelfilodoro.it/

Associazione La Nostra Famiglia

www.lanostrafamiglia.it/

Piccola casa della Provvidenza S. Giuseppe Cottolengo

http://www.cottolengo.org

Opera Don Guanella

http://www.guanelliani.it

Piccola Opera Divina Provvidenza Don Orione

http://www.donorione.org

Movimento Apostolico Ciechi

http://www.movimentoapostolicociechi.org

Opera Don Calabria

http://www.doncalabria.it

Movimento Apostolico sordi

e-mail: padrevincenzo@virgilio.it

Centro “Don Smaldone” per la pastorale delle persone sorde

e-mail: c.prisca@tiscalinet.it

1 Il Rinnovamento della Catechesi della CEI (1988) insegna:

– “Con una premura speciale, i catechisti devono prendersi cura di coloro che hanno maggiore bisogno, perché più poveri, più deboli, meno dotati”. Infatti proprio a loro Cristo ha voluto mostrarsi strettamente vicino e unito, annunciando che la lieta novella data ai poveri è segno dell’opera messianica. Essi vanno avvicinati con zelo e simpatia. Si devono studiare e attuare forme di catechesi, che meglio rispondano alle loro reali condizioni” (125);

– “La povertà e la debolezza dei disadattati e subnormali, per difficoltà di carattere fisico, psichico e sociale, appaiono, sotto molti aspetti, ancora più gravi. Soprattutto ai fanciulli in tali condizioni bisogna assicurare delle forme appropriate di catechesi ed educatori pedagogicamente specializzati” (127);

– “Questo compito non può essere ritenuto come secondario e marginale. I ragazzi e gli adolescenti disadattati non costituiscono parte esigua della popolazione. La catechesi deve fornire a questi giovani la possibilità di vivere la fede secondo la loro capacità. Questo è un compito eminentemente evangelico e una testimonianza di grande rilievo, che rientra nella costante tradizione della Chiesa. Infine è da considerare che la particolare difficoltà di questo compito e la necessità di dover presentare solo l’essenziale possono offrire a tutta la catechesi il beneficio di usufruire dei metodi e delle vie che la ricerca pedagogica scopre e mette al servizio dei disadattati” (91).

Giovanni Paolo II, in Catechesi Tradendae (1979), insiste:

– “Alcune categorie di destinatari della catechesi richiedono una speciale attenzione a motivo della loro condizione particolare. Si tratta, innanzitutto, dei fanciulli e dei giovani handicappati fisici e mentali. Essi hanno diritto a conoscere, come gli altri coetanei, il mistero della fede. Le difficoltà più grandi, che essi incontrano, rendono ancor più meritori i loro sforzi e quelli dei loro educatori. È motivo di soddisfazione constatare che alcuni organismi cattolici, particolarmente consacrati ai giovani con handicap, hanno voluto portare rinnovato desiderio di affrontare meglio questo importante problema: essi meritano di essere vivamente incoraggiati in tale ricerca” (41). Anche il [Direttorio Generale per la Catechesi] (1997) conferma e precisa: “Ogni comunità cristiana considera come persone predilette dal Signore quelle che, particolarmente tra i minori, soffrono di handicap fisico, mentale e di altre forme di disagio”.

 

[2] Giovanni Paolo II, ….

[3] Giovanni Paolo II, Insegnamenti,   31-3-1984

[4] Sacrosanctum Concilium 59

[5] L’iniziazione cristiana. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, n. 2-3.

[6] Nota pastorale riguardante gli orientamenti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni  1999), n. 58-59.

[consultado em: http://www.educat.it/documento.jsp?d=GR5_8&tipoDoc=DOCGEN ]